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Ancora sulla concezione di famiglia

20 March, 2007 (18:40) | Attualità, Società | By: Fabrizio

Lo so, continuo a battere sullo stesso argomento, ma davvero non se ne può più di sentir parlare a vanvera la gente…

Eugenia Roccella scrive sull’Avvenire del 20 Marzo:

Ormai è certo: il 12 maggio tutti in piazza San Giovanni, a Roma, a difendere la famiglia. La manifestazione, che avrà come slogan «Più famiglia», sarà la prima, vera risposta a un attacco che si è intensificato negli ultimi mesi ma che è all’opera da tempo, grazie alla diffusione di una cultura che porta alla disgregazione del tessuto sociale e del senso comune, senza proporre concrete alternative.

Dove conduce, infatti, questa cultura? La risposta è che si tratta di conquiste di civiltà, e che l’Italia sarebbe l’unico Paese, in Europa, a non accogliere con entusiasmo norme che si limiterebbero a prendere atto di un mutamento già avvenuto. Ma a un’indagine appena attenta si scopre che nelle altre nazioni europee i danni sono tangibili e non facili da riparare: l’aumento delle unioni di fatto corrisponde regolarmente a un’alta percentuale di separazioni, a una crescita delle madri sole, all’eclissi o alla transitorietà della funzione paterna, all’impoverimento femminile, a un calo delle opportunità per i figli, e talvolta, come è stato messo in evidenza nel caso inglese, a un drammatico incremento della violenza e del disagio giovanile.

Ovviamente non un accenno alle fonti dei dati da cui avrebbe tratto le sue conclusioni. Semplicemente perchè i dati che lei vorrebbe non esistono. Io tutti questi disastri non li vedo. In Francia si tutela (in maniera seria, non con quelle pagliacciate di detrazioni/deduzioni per figli e mogli a carico che vediamo da noi…) qualunque tipo di unione che porti alla crescita di figli. Difatti in quel Paese l’indice di fertilità è 2,2 (contro un misero 1,3 nostrano…).

Bisognerebbe “liberalizzare” il mercato delle famiglie, non per mettere in concorrenza le varie tipologie di convivenza (ma pure un single saprebbe certo allevare un figlio più disgnitosamente di qualunque orfanotrofio, direi), ma per dare alla società maggiori possibilità di crescere una generazione futura. Ricordo a tal proposito che il codice civile parla ancora (o parlava sino a poco tempo fa) dei figli di coppie non sposate come di “figli illegittimi” (in questo assecondando ovviamente la morale cattolica, piuttosto platealmente)!

Comunque, con un’analisi così superficiale potremmo arrivare ad attribuire alle unioni di fatto qualunque cosa: in Gran Bretagna il PIL è cresciuto più che da noi…forse è merito del riconocimento del diritto a sposarsi anche per gli omosessuali?

Io trovo quelle frasi di un offensivo indicibile: tutte le ”sciagure”  di cui parla l’autrice sono addebitate alle unioni di fatto. Se penso agli amici che conosco che convivono serenamente (non certo per non assumersi le pseudo-responsabilità del matrimonio…), mi viene da sussurrare un labile “ma vaffanculo, và!” al posto loro…

Che poi quali responsabilità in più comporterebbe ’sto matrimonio???

L’unico vincolo civilistico (non certo religioso, perchè la chiesa normalmente non riconosce diritti alla donna, spesso la parte “debole” della coppia) è che in caso di separazione, la parte economicamente più forte deve provvedere a compensare il mancato reddito della parte più debole. Per il resto i figli godono degli stessi diritti, sia che siano o meno “legittimi”.

Quindi? La presunta forza del matrimonio deriverebbe da questa sorta di “spada di Damocle” che incombe sui coniugi? Sarebbe questo che li spingerebbe a creare un’unione più salda? Non si direbbe, visto il continuo aumento dei divorzi…

E in effetti non è questo che per i cattolici costituisce la parte dei doveri del matrimonio (cui seguono i diritti). Per loro infatti non esiste divorzio o separazione (tranne per quelli che possono permettersi di ungere bene la “Sacra Rota” con corpose “donazioni”, per farsi annullare, con effetti pure civilistici, il matrimonio tanto religiosamente contratto). E’ l’eternità della promessa a costituire secondo loro il dovere da cui tutto discenderebbe. Come se questo potesse da solo garantire una felice vita di coppia o una particolare capacità nell’allevamento dei figli.

Che concezione triste dell’unione di due persone…

Dove finisce la responsabilità dell’individuo?

Nel cesso, ovviamente, anche perchè l’individuo non è artefice del proprio destino (parole del pastore tedesco, ma anche di tutti quelli che l’hanno preceduto…).

Io sono convinto invece che moltissimi decidano di convivere perchè nell’immediato non possono o non vogliono (e sarebbe anche il caso…) permettersi i costi finanziari di un matrimonio “classico”. Perchè, ovviamente, dopo che sei uscito dalla chiesa, vestito con migliaia di euro addosso, ti aspetta un pranzo faraonico, da decine di migliaia di euro (dipende dal numero di invitati, spesso piuttosto elevato, per non far torto a nessuno) e poi, magari, il doveroso viaggio nuziale.

E se uno non avesse voglia di dar luogo a tutto questo scempio? Ci sarebbe sempre il matrimonio civile (che è l’unico che garantisce dei diritti, giusto per ricordarlo), che nell’immaginario collettivo sarebbe meno sfarzoso, più modesto (non si sa perchè, poi). Ma vallo a spiegare a mamma e babbo, che da quando eri in culla ti vedevano già sull’altare…

Così intanto si comincia convivendo, poi magari chissà…e gli altri, gli sposati, intanto “rodono”, anche qui non si sa perchè e quindi niente diritti (ripeto, quali??) per coloro che non contraggono matrimonio. D’altronde bisogna capirli: hanno la sensazione di aver fatto tutto quel che bisognava fare (e cioè? una promessa pubblica? quella può farla chiunque e dovunque, forse addirittura con maggior convinzione), poi arrivano questi e vogliono gli stessi diritti?? Giammai!! :D

Che ridicolaggine.

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